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	<title>.: FICARAZZI BLOG - Il Paese a portata di click! :. &#187; attacco di panico</title>
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		<title>“Spesso il male di vivere ho incontrato”: l’attacco di Panico di Giusy Giannone</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Aug 2013 05:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paura, ansia, panico, angoscia. Nel linguaggio comune non si è soliti distinguere tra questi  fenomeni che pur essendo fortemente imparentati, hanno degli elementi di differenza.  • L’ansia è uno stato emotivo legato ad...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-12499" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12499"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12499" title="panico" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/panico-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Paura, ansia, panico, angoscia. Nel linguaggio comune non si è soliti distinguere tra questi  fenomeni che pur essendo fortemente imparentati, hanno degli elementi di differenza.</p>
<p> • L’ansia è uno stato emotivo legato ad eventi, emozioni interne conflittuali.</p>
<p>• La paura è uno stato emotivo legato per lo più ad un evento specifico (Per esempio:”Ho paura dei cani”).</p>
<p>• Il panico è uno stato emotivo di tensione ansiosa acuta,  definita anche “ansia parossistica”. (Parossistica vuol dire di massima intensità).</p>
<p>• L&#8217;angoscia, parola di origine latina, è uno stato di ansietà elevata con accenti depressivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi l’ansia, essendo sintomo pervasivo della nostra società, viene considerata solo per le sue connotazioni negative. In effetti però essa  è un segnale d’allarme emesso dal nostro organismo, quindi di origine somatica, che ci avverte dell’esistenza di un pericolo da affrontare. E’ un segnale, involontario, che ereditiamo dai nostri progenitori animali e nasce come un meccanismo di aiuto a nostra disposizione. Durante uno stato d&#8217;ansia, tutto il nostro corpo è coinvolto, i nostri sensi sono più vigili ed i muscoli più pronti all&#8217;azione. Ai tempi delle caverne, l&#8217;ansia, ha permesso ai nostri antenati di adattarsi alle insidie della natura, preparandoli al pericolo con il meccanismo di allerta che le è proprio; l&#8217;ansia &#8220;sana&#8221; ci aiuta ad affrontare i pericoli e sostiene l&#8217;esistenza nelle scelte della vita; invece l’ansia &#8220;patologica&#8221; schiaccia la sicurezza interiore e disperde l&#8217;iniziativa, si converte in angoscia, manifestazione psichica più primitiva.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; interessante notare quanto l&#8217;esperienza del panico sia intrinsecamente legata all&#8217;etimologia del termine. La parola &#8220;PANICO&#8221; deriva dal nome dell&#8217;antico Dio greco Pan, per metà uomo e per metà capra. Il nome Pan deriva dal greco &#8220;paein&#8221;, pascolare, ma letteralmente pan significa &#8220;tutto&#8221; perché, secondo la mitologia greca, Pan era lo spirito di tutte le creature naturali e questa accezione lo lega alla foresta, all&#8217;abisso, al profondo. L&#8217;abisso, in accezione psicologica, corrisponde a ciò che non è conosciuto, ciò che si muove al di sotto della nostra consapevolezza, ed in effetti, il panico si nutre proprio delle nebbie che avvolgono il nostro funzionamento mentale. Dal nome Pan deriva il termine panico, infatti il dio si adira con chi lo disturba, ed emette urla terrificanti provocando nel disturbatore la paura. Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata, così come la persona che soffre di attacchi di panico tenta di fuggire dalla sua paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il &#8220;Disturbo d&#8217;attacco di panico&#8221; (DAP) è un periodo di paura o disagio intensi.  E’ significativamente diverso dagli altri tipi di disturbi di ansia, in quanto gli attacchi sono improvvisi, non sembrano provocati da alcunché e spesso sono debilitanti. Un attacco di panico tipicamente dura dai 2 agli 8 minuti ed è una condizione spaventosa e stressante per il soggetto che li subisce. Di seguito sono riportati i più frequenti sintomi:</p>
<p>      Aumento del battito cardiaco</p>
<p>       Difficoltà respiratoria</p>
<p>      Terrore quasi paralizzante</p>
<p>      Vertigini, nausea</p>
<p>      Tremore, sudorazione, agitazione</p>
<p>      Soffocamento, dolori al petto</p>
<p>       Vampate di calore o improvvisi brividi</p>
<p>      Formicolìo nelle mani e nei piedi</p>
<p>      Paura di morire o di impazzire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il soggetto che sperimenta uno o più di questi sintomi, subisce un notevole decremento della qualità di vita. Un episodio spesso dà vita ad un circolo vizioso dove i sintomi mentali accrescono i sintomi fisici, e viceversa. Dal primo episodio di attacco di panico infatti, si sviluppa ansia anticipatoria ossia la paura di ritrovarsi in quella spiacevolissima ondata emotiva (è la paura della paura); ciò determina un notevole aumento dello stress e dell’ansia stessa, fino a portare la persona colpita da questo problema, lontano anche dalla vita sociale, castrata della possibilità di effettuare nuove esperienze. La vita privata si complica, le relazioni, da quelle più intime a quelle più generiche, subiscono delle modifiche. La percezione degli eventi cambia totalmente e comincia un iter di continuo evitamento fobico. Il disturbo di attacco di panico è spesso associato ad “agorafobia”, letteralmente paura delle piazze. Il soggetto in questo caso eviterà tutti quei luoghi  aperti e insicuri (piazze, luoghi affollati, gallerie, ipermercati), ovvero quei “non luoghi”, come li definirebbe Berger, che elicitano in modo immediato lo stato ansioso del soggetto. Quando l’Attacco di Panico arriva, la persona colpita è presa da un senso di disorientamento totale che le fa perdere il contatto con la realtà che la circonda e con l’oggettività di ciò che sta vivendo. È l’emotività che prende il sopravvento sulla razionalità. I percorsi individuali patogenetici che portano al disturbo di panico possono essere più di uno. Una situazione di dipendenza da una figura genitoriale, un cambiamento inatteso o non voluto in uno dei momenti cruciali della propria vita,  una situazione particolarmente stressante, una parte di sé che non accetta uno stato di cose ritenuto fino ad allora adeguato. Si può però anche parlare di un problema ereditario, infatti se un familiare almeno una volta nella sua vita, ha sofferto di attacchi di panico, si ha un aumento del rischio di insorgenza. Anche se apparentemente l&#8217;individuo è perfettamente tranquillo e non è affatto ansioso, a volte un piccolo trauma o una delusione possono dare luogo al primo attacco di panico. L’attacco di panico non mette la persona in pericolo di vita ma la porta a credere di diventare pazzo, ci si sente paralizzati e fuori controllo, tanto da provocare delle complicazioni quali fobie, depressione, abuso di medicinali. Il soggetto affetto da un tale turbamento emotivo non riesce a dare alcuna spiegazione all’urgente sintomatologia, non individua alcun legame di causa ed effetto. L’attacco di panico provoca dei cambiamenti nell’intero sistema familiare di cui il soggetto fa parte. Egli infatti spesso sente la necessità d’essere costantemente accompagnato da un’altra persona, inducendo anche l’altro, da cui dipende, a vivere in modo parziale,  trasformandolo in balia da cui costantemente dipendere.  Allorché il DAP esita in una cronicità, diventa cioè stabile, si evidenzia la presenza costante di almeno una persona da cui il soggetto ammalato deve dipendere per essere tranquillizzato a livello psicologico e/o gestito a livello fisico. L’esperienza clinica dimostra, inoltre, che la persona che accetta il ruolo del tutore è spesso una persona a sua volta affetta da insicurezze emotive, mascherate dal rapporto patologico (si tratta cioè di un “debole” che mostra d’essere “forte” facendosi scudo della patologia del partner). Il partner della relazione di soccorso può essere un co-dipendente e la relazione, nonché relazione d’amore, è piuttosto una relazione simbiotica se non addirittura sadomasochista.  L’attacco di panico sembra correlato all&#8217;idea che abbiamo di noi stessi, della nostra posizione sociale,  il nostro modo di vivere i rapporti con gli altri, oppure eventi temuti, insomma, un  tipo di pericolo che richiede un impegno mentale e non fisico.                                                             Primo fra tutti,  il grande conflitto dei sofferenti di panico è l&#8217;integrazione fra il bisogno di libertà ed indipendenza e il bisogno di dipendenza e di solidità. E&#8217; significativa la ricorrente paura di impazzire: paura di non riconoscersi più, di non concepirsi più come personalità coerente ed accettabile nel momento in cui le parti &#8220;oscure&#8221; relegate nell&#8217;inconscio, si presentano violentemente e &#8220;portano&#8221; il paziente  lontano dal modello di personalità abituale. Il disturbo DAP, in questo senso, può essere considerato come una vera e propria porta verso ciò che Jung chiama il &#8220;Sè&#8221;, verso una comprensione ed una accettazione più ampia di noi stessi. La risoluzione dei casi di panico segue spesso la via di questa &#8220;follia&#8221; consapevole, con l&#8217;attivazione di parti di personalità dimenticate o nascoste, ma sicuramente vicine a noi e potentemente creative. Il disturbo d’ansia è sempre caratterizzato dal timore, più o meno manifesto, di perdere l’affetto o la stima di persone importanti. La paura della perdita del legame (la paura dell’abbandono) è, in queste patologie, il sottofondo tematico costante. Dal bambino che ha paura di fare brutta figura a scuola e di perdere la stima degli insegnanti e l’affetto dei genitori (e che per questo motivo sviluppa angosce prestazionali, disturbi dell’emotività e fobie sociali), fino all’uomo che manifesta ansie paranoidi perché ha paura di perdere il legame affettivo con i propri cari o il legame sociale col datore di lavoro o col superiore gerarchico, la patologia tocca costantemente lo stesso tema. Il soggetto teme che un suo modo di essere inadeguato o riprovevole provochi  la perdita della protezione offertagli dai legami sociali, soprattutto se importanti e connotati di affetti di forte intensità. La dipendenza affettiva è il correlato sistematico, più o meno visibile, ma sempre presente, delle patologie da ansia patologica. Le esperienze riportate dai soggetti affetti da questa aberrante sintomatologia inducono ad una  constatazione inequivocabile: qualcosa in loro si è rotto. Rotto nel senso di interrotto, spezzato, staccato. Si tratta di relazioni d’amore che finiscono di colpo,  lavori persi, amicizie che si sciolgono. In altre parole è la trama dei legami sociali che, in un momento particolare della vita di un uomo, non tiene più. Diverse sono, da un punto di vista clinico, le conseguenze di tali traumi: chi scivola nell’anoressia-bulimia e imprigiona nel miraggio del corpo magro ogni possibile evoluzione, chi è colpito da attacchi di panico, chi da disturbi di conversione, chi cade nella dipendenza da sostanze, chi sprofonda nel mondo buio della depressione.<br />
Patologie oggi estremamente diffuse che si prestano ad un’interpretazione che va al di là della semplice nozione di sintomo, potendo essere lette alla stregua di stratagemmi messi in atto dal soggetto per rimediare allo sfilacciarsi del legame sociale. Un tentativo di lettura che lascia uno spazio particolare ad un tema che si rivela imprescindibile nella sua attualità: l’angoscia. Come può questo affetto giungere a livelli tali da paralizzare l’esistenza di un individuo? Da dove nasce questo mare ghiacciato che in molti casi sommerge ed imprigiona il soggetto? Le sintomatologie ansiose hanno come substrato una logica dell’anticipazione e della fretta, necessarie a tenere il passo con l’altro, e particolarmente adeguate a spiegare il modo di vita frenetico delle società contemporanee. Il soggetto affonda nel momento di puro presente, senza futuro e senza passato, un momento che lo prende alla gola e lo soffoca mentre la vita, di cui il cuore pulsante lo costringe ad accorgersi, lo traversa irruente senza nessuna direzione da prendere, inghiottendolo nell’abisso di un “ora” insopportabile, sganciato da ogni “prima” e da ogni “dopo”. </p>
<p style="text-align: justify;">E’ tuttavia  fondamentale sottolineare che la remissione dei sintomi è possibile. Terapie farmacologiche, ma soprattutto trattamenti psicoterapici dimostrano la loro validità oggi più che mai. Sono utili ad incoraggiare il soggetto affetto da tale sintomatologia a riprendere il cammino di vita, senza sentirsi soffocare, con gioie e tristezze ingredienti che connotano tutte le esistenze umane, senza che l’emotività invada e invalidi,  accettando il rischio di poter sbagliare e poi recuperare, contemplando la possibilità di potere attraversare nel migliore dei modi possibili degli intervalli di percorso nel pieno rispetto della propria volontà e dei propri desideri, imparando a godere della solitudine con se stessi, progettandosi, senza che questo comporti la perdita dei legami affettivi veri e autentici, perché quelli rimangono sempre accanto e dentro di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Giannone Giuseppa</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Effetti devastamti della crisi &#8230;.non solo economici</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 05:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viviamo un periodo di grave crisi economica, che ha coinvolto l’Italia e diversi  altri Paesi; ma l’ Italia, in particolare è uno dei primi paesi occidentali a rischio povertà (insieme a Grecia, Spagna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-12507" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12507"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12507" title="crisi" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/crisi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Viviamo un periodo di grave crisi economica, che ha coinvolto l’Italia e diversi  altri Paesi; ma l’ Italia, in particolare è uno dei primi paesi occidentali a rischio povertà (insieme a Grecia, Spagna e Inghilterra). Siamo immersi in una crisi che persino molti economisti fanno ancora fatica a definire con precisione in termini di durata e modalità, ma che sta avendo effetti pesanti e non solo a livello economico. Una delle conseguenze più evidenti della fase che stiamo attraversando è la disoccupazione che in Italia ha raggiunto alte percentuali soprattutto al sud. Spesso in ambito politico, si annuncia la fine di questo difficile periodo,  che ha complicato le esistenze di tante persone, che ha provocato il vertiginoso aumento di  povertà, e tuttavia la fine tanto annunciata di questo calvario non arriva e per le strade della nostra comunità rimbomba, echeggiante  continuamente, un unico tema: disoccupazione, che spesso fa rima con disperazione.  Non mi riferisco, ovviamente, all’ assonanza linguistica tra i due termini, ma alla triste risonanza emotiva che provoca il non avere un lavoro o l’averlo perso, o il fatto di vivere in condizioni di precariato.  Disoccupazione è un termine emotivamente denso e carico di significati, capace di evocare un drammatico immaginario collettivo. Oltre alle evidenti ricadute sulla qualità di vita di singoli e famiglie, che vivono nell’angoscia di non arrivare a fine mese, di non potere pagare il mutuo, cui viene richiesto di fare sacrifici, di  rinunciare a tutte quelle esperienze,  indicatori di normale gestione del quotidiano, oggetti di consumo, vacanze, cinema,  anche solo di andare a mangiare una pizza…..,  vi sono delle ricadute sul piano della serenità cognitivo-emotiva, spesso non adeguatamente valutati.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  parla di una vera e propria “sindrome da lavoro precario”: pensieri che diventano ossessivi sul lavoro che non c’è, o che non ci sarà quando scadrà il contratto; la preoccupazione costante sul lavoro da svolgere al meglio per evitare il licenziamento. I sintomi più comuni sono: insonnia, mal di stomaco, depressione, ansia, disistima per se stessi. Negli ultimi mesi sono state realizzate diverse ricerche che hanno evidenziato correlazioni tra crisi economica e depressione, tra disoccupazione e suicidi. I giovani<em> </em>hanno difficoltà a formulare e poi realizzare progetti personali di autonomizzazione e costruzione di una vita indipendente, ad esempio sotto il profilo  abitativo. Sempre di più temono per il futuro a causa della instabilità delle condizioni socio-economiche, che ostacola anche il progetto, a medio-lungo termine, di costruzione di un nuovo nucleo familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">I meno giovani invece, a rischio di licenziamento, o in cassa integrazione, o perdenti l’occupazione, sono messi in crisi profondamente a causa dell’improvvisa, inaspettata perdita di stabilità, faticosamente raggiunta. Il fenomeno recessivo costituisce un fattore stressante prolungato che può agire su aspetti di vulnerabilità personale, su caratteristiche personali preesistenti e contribuire al passaggio da una condizione ordinaria a una patologica. Ciò è dovuto al fatto che le fonti di stress permangono nel tempo e si associano spesso a una limitata possibilità di disattivare l’evento stressante, per cui, dopo una prima fase di allarme e una seconda di resistenza, le possibilità di reazione dell’individuo tendono ad esaurirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perdere il lavoro mette gravemente a rischio la propria identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il venire meno di una occupazione vuol dire non avere più un ruolo sociale, la capacità di sostentare se stessi e magari la propria famiglia.  Daniela Ovadia in un articolo dal titolo “<em>Chi perde il lavoro perde se stesso?</em>” pubblicato sulla rivista <em>Mente&amp;Cervello </em>del febbraio 2010 dice che dal punto di vista della psicologia sociale, l&#8217;individuo tende a costruire una rappresentazione di sé basata sui ruoli che sente propri e, in base a questi, sviluppa la sicurezza che gli consente la corretta integrazione sociale. Sulla base della  selezione di tali ruoli si sviluppano il prestigio, la sicurezza in se stessi e altre dimensioni importanti per l’integrazione sociale; dalla sensazione di essere in grado di adempiere in modo soddisfacente ai ruoli sentiti come più propri si sviluppa l’autostima.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere o non essere in possesso di un’occupazione produce quindi conseguenze a due livelli:</p>
<p style="text-align: justify;">- a livello dell’integrazione sociale, connesso con il prestigio, la sicurezza in se stessi, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">- a livello dell’immagine di sé e dell’identità, connesso con l’autostima;</p>
<p style="text-align: justify;">L’intensità di questi effetti sarà proporzionale al significato maggiore o minore che il ruolo lavorativo ha per i diversi individui. Coloro che sono maggiormente motivati nella ricerca di un’occupazione, sono anche più danneggiati da un fallimento in questa ricerca in misura direttamente proporzionale al prolungarsi del periodo di non occupazione. E’ molto complesso non solo affrontare le conseguenze pratiche della perdita dell&#8217;impiego, ma anche la possibilità di reinventarsi un modo per rientrare nel mondo del lavoro, di cogliere opportunità nuove, se si presentano. Dolorosa e poco indagata è, per Perrone, “la solitudine di chi si trova improvvisamente confinato in casa, privato della propria identità ed escluso dalla rete di relazioni nella quale ha investito buona parte della propria affettività oltre che del proprio impegno lavorativo”. Un elemento da tenere in considerazione è l&#8217;attribuzione della responsabilità: in un momento di crisi economica globale potrebbe essere più facile affrontare la perdita di lavoro se l&#8217;attribuzione è esterna e non interna. Se si perde il lavoro perché le cause di riduzione del personale sono legate alla recessione e non dipendono dal singolo (sono quindi esterne), gli effetti psicologici negativi possono essere attenuati rispetto a quando incolpiamo noi stessi dell&#8217;evento.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come è importante analizzare le reazioni delle persone vicine, la rete di affetti, il sostegno disponibile e la capacità di chiedere aiuto e di non soccombere al vissuto di vergogna. Portare il denaro a casa è un elemento fondante dell’identità maschile, che anni di educazione alla parità dei ruoli hanno scalfito solo in parte: va bene condividere le responsabilità lavorative e persino quelle casalinghe, ma invertire i ruoli è ancora molto conflittuale. In Estonia, paese che, con la Finlandia e l’Islanda, ha visto crescere negli ultimi anni la disoccupazione maschile a fronte di un maggior impiego di donne, è cresciuta parimenti la <a href="http://www.presseurop.eu/en/content/article/101041-mans-place-now-home">violenza sessuale e domestica</a>. Un fenomeno che i Governi locali guardano con preoccupazione e per scongiurare il quale hanno messo in piedi costose campagne di sensibilizzazione.  </p>
<p style="text-align: justify;">La disoccupazione è un dramma per tutti, non solo dal punto di vista economico ma anche psicologico. Il lavoro è correlato allo status sociale di una persona e costituisce la base sulla quale immaginare il proprio futuro. Se non è una scelta volontaria – afferma Ovadia (<em>ibidem</em>) – stare a casa, per un uomo come per una donna, è perdere una parte di sé”.</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del proprio ruolo di elemento attivo della società ha ricadute importanti e a volte superiori a quelle della mancanza di denaro, come dimostrano le più recenti ricerche in materia. La perdita dell’autostima concomitante alla perdita del lavoro, inficia anche le capacità dell’individuo di cercare una via d’uscita, specie in frangenti economicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Da qui può generarsi una sorta di “immobilismo” del ruolo lavorativo, l’incapacità di immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo che rappresenta uno degli ostacoli che gli psicologi del lavoro tentano di rimuovere quando una persona fatica troppo a reinserirsi. Ci possono essere tre tipi di atteggiamento di fronte alla perdita di occupazione:</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del lavoro assume la connotazione di una perdita complessiva di un sistema di appartenenza, della identità sociale e professionale e della capacità di incidere attivamente sul reale.(Dinamica della Disperazione)</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del lavoro viene assunta quale tradimento, aggressione, riduzione ad uno stato di impotenza cui rispondere con un atteggiamento che consenta un riscatto personale. (Dinamica del riscatto)</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi attivata dalla perdita del lavoro offre spazi evolutivi e possibilità di cambiamento e di mobilitazione delle risorse. (Dinamica dello sviluppo)</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi tre diverse rappresentazioni dell’evento “perdita di lavoro” possono scaturire reazioni comportamentali diversificate.</p>
<p style="text-align: justify;">In fasi di grave crisi, come quella attuale, diventa fondamentale per l&#8217;individuo possedere la capacità di reagire positivamente ai cambiamenti, mutando le difficoltà in opportunità. Si parla sempre di più di resilienza, termine mutuato dalla scienza dei materiali dove connota la capacità di resistere a forze in grado di provocarne la rottura. La psicologia della salute la studia per comprendere quali fattori portino alcune persone a crollare di fronte a certi eventi ed altri a reagire facendo fronte autonomamente a condizioni di forte svantaggio. Per la psicologa Anna Oliverio Ferraris,  la resilienza “è per la psiche ciò che il sistema immunitario è per il corpo, però, siccome psiche e corpo lavorano insieme e non c&#8217;è psiche separata dal corpo, i due sistemi possono potenziarsi oppure deprimersi a vicenda”. Oliverio Ferraris mette in evidenza una serie di fattori o attitudini che compongono la resilienza: biologici, psicologici (tra cui l&#8217;importanza delle relazioni che si formano nell&#8217;infanzia e che consentono di strutturarsi come persona capace di reagire di fronte alle avversità), sociologici (l&#8217;influenza del gruppo, della cultura, dell&#8217;etica, della spiritualità). “La rete di relazioni – afferma Perrone in un articolo del 2010 – è la palestra nella quale impariamo ad avere fiducia in noi e negli altri e a non sentirci soli di fronte agli imprevisti che la vita ci presenta ogni giorno. Rompere questa rete significa ridurre la capacità di rispondere in modo positivo a una crisi. Questo spiega perché le riduzioni di personale nelle aziende, che seguono inesorabilmente una crisi economica lasciando ampi e significativi buchi nella rete delle relazioni tra le persone, gettino anche coloro che dovrebbero essere motivati e contenti per aver salvato il proprio posto in una &#8216;sindrome del sopravvissuto&#8217; capace di deprimere sia la produttività sia la persona”. Per essere resilienti, “abbiamo dunque bisogno del sostegno che può venire anche dalle comunità di lavoro”. </p>
<p style="text-align: justify;">Il momento di crisi che attualmente viviamo, il senso lacerante di impotenza che sempre di più sperimentiamo in relazione all’instabilità lavorativa lasciano emergere vissuti di tristezza e di disistima, di rabbia e di disperazione. Sempre e dentro ognuno di noi sono riposte delle energie, che se momentaneamente assopite dobbiamo in tutti i modi risvegliare. Sperimentare nuovi ruoli, adattarsi anche transitoriamente a nuovi compiti, rafforzare l’autostima, trarre il meglio da noi stessi e da quel poco che ci viene offerto. Alimentare l’iniziativa personale, sconfiggere i vissuti di vergogna, di fallibilità è un compito arduo che ci dobbiamo imporre, nella consapevolezza che alimentare la motivazione a contrastare il periodo difficile è l’unico modo vincente per uscire a testa alta. E tutto ciò lo dobbiamo primariamente a noi stessi e poi ai nostri cari.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Giusi Giannone</p>
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