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	<title>.: FICARAZZI BLOG - Il Paese a portata di click! :. &#187; Giusy Giannone</title>
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		<title>“Spesso il male di vivere ho incontrato”: l’attacco di Panico di Giusy Giannone</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Aug 2013 05:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paura, ansia, panico, angoscia. Nel linguaggio comune non si è soliti distinguere tra questi  fenomeni che pur essendo fortemente imparentati, hanno degli elementi di differenza.  • L’ansia è uno stato emotivo legato ad...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-12499" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12499"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12499" title="panico" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/panico-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Paura, ansia, panico, angoscia. Nel linguaggio comune non si è soliti distinguere tra questi  fenomeni che pur essendo fortemente imparentati, hanno degli elementi di differenza.</p>
<p> • L’ansia è uno stato emotivo legato ad eventi, emozioni interne conflittuali.</p>
<p>• La paura è uno stato emotivo legato per lo più ad un evento specifico (Per esempio:”Ho paura dei cani”).</p>
<p>• Il panico è uno stato emotivo di tensione ansiosa acuta,  definita anche “ansia parossistica”. (Parossistica vuol dire di massima intensità).</p>
<p>• L&#8217;angoscia, parola di origine latina, è uno stato di ansietà elevata con accenti depressivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi l’ansia, essendo sintomo pervasivo della nostra società, viene considerata solo per le sue connotazioni negative. In effetti però essa  è un segnale d’allarme emesso dal nostro organismo, quindi di origine somatica, che ci avverte dell’esistenza di un pericolo da affrontare. E’ un segnale, involontario, che ereditiamo dai nostri progenitori animali e nasce come un meccanismo di aiuto a nostra disposizione. Durante uno stato d&#8217;ansia, tutto il nostro corpo è coinvolto, i nostri sensi sono più vigili ed i muscoli più pronti all&#8217;azione. Ai tempi delle caverne, l&#8217;ansia, ha permesso ai nostri antenati di adattarsi alle insidie della natura, preparandoli al pericolo con il meccanismo di allerta che le è proprio; l&#8217;ansia &#8220;sana&#8221; ci aiuta ad affrontare i pericoli e sostiene l&#8217;esistenza nelle scelte della vita; invece l’ansia &#8220;patologica&#8221; schiaccia la sicurezza interiore e disperde l&#8217;iniziativa, si converte in angoscia, manifestazione psichica più primitiva.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; interessante notare quanto l&#8217;esperienza del panico sia intrinsecamente legata all&#8217;etimologia del termine. La parola &#8220;PANICO&#8221; deriva dal nome dell&#8217;antico Dio greco Pan, per metà uomo e per metà capra. Il nome Pan deriva dal greco &#8220;paein&#8221;, pascolare, ma letteralmente pan significa &#8220;tutto&#8221; perché, secondo la mitologia greca, Pan era lo spirito di tutte le creature naturali e questa accezione lo lega alla foresta, all&#8217;abisso, al profondo. L&#8217;abisso, in accezione psicologica, corrisponde a ciò che non è conosciuto, ciò che si muove al di sotto della nostra consapevolezza, ed in effetti, il panico si nutre proprio delle nebbie che avvolgono il nostro funzionamento mentale. Dal nome Pan deriva il termine panico, infatti il dio si adira con chi lo disturba, ed emette urla terrificanti provocando nel disturbatore la paura. Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata, così come la persona che soffre di attacchi di panico tenta di fuggire dalla sua paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il &#8220;Disturbo d&#8217;attacco di panico&#8221; (DAP) è un periodo di paura o disagio intensi.  E’ significativamente diverso dagli altri tipi di disturbi di ansia, in quanto gli attacchi sono improvvisi, non sembrano provocati da alcunché e spesso sono debilitanti. Un attacco di panico tipicamente dura dai 2 agli 8 minuti ed è una condizione spaventosa e stressante per il soggetto che li subisce. Di seguito sono riportati i più frequenti sintomi:</p>
<p>      Aumento del battito cardiaco</p>
<p>       Difficoltà respiratoria</p>
<p>      Terrore quasi paralizzante</p>
<p>      Vertigini, nausea</p>
<p>      Tremore, sudorazione, agitazione</p>
<p>      Soffocamento, dolori al petto</p>
<p>       Vampate di calore o improvvisi brividi</p>
<p>      Formicolìo nelle mani e nei piedi</p>
<p>      Paura di morire o di impazzire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il soggetto che sperimenta uno o più di questi sintomi, subisce un notevole decremento della qualità di vita. Un episodio spesso dà vita ad un circolo vizioso dove i sintomi mentali accrescono i sintomi fisici, e viceversa. Dal primo episodio di attacco di panico infatti, si sviluppa ansia anticipatoria ossia la paura di ritrovarsi in quella spiacevolissima ondata emotiva (è la paura della paura); ciò determina un notevole aumento dello stress e dell’ansia stessa, fino a portare la persona colpita da questo problema, lontano anche dalla vita sociale, castrata della possibilità di effettuare nuove esperienze. La vita privata si complica, le relazioni, da quelle più intime a quelle più generiche, subiscono delle modifiche. La percezione degli eventi cambia totalmente e comincia un iter di continuo evitamento fobico. Il disturbo di attacco di panico è spesso associato ad “agorafobia”, letteralmente paura delle piazze. Il soggetto in questo caso eviterà tutti quei luoghi  aperti e insicuri (piazze, luoghi affollati, gallerie, ipermercati), ovvero quei “non luoghi”, come li definirebbe Berger, che elicitano in modo immediato lo stato ansioso del soggetto. Quando l’Attacco di Panico arriva, la persona colpita è presa da un senso di disorientamento totale che le fa perdere il contatto con la realtà che la circonda e con l’oggettività di ciò che sta vivendo. È l’emotività che prende il sopravvento sulla razionalità. I percorsi individuali patogenetici che portano al disturbo di panico possono essere più di uno. Una situazione di dipendenza da una figura genitoriale, un cambiamento inatteso o non voluto in uno dei momenti cruciali della propria vita,  una situazione particolarmente stressante, una parte di sé che non accetta uno stato di cose ritenuto fino ad allora adeguato. Si può però anche parlare di un problema ereditario, infatti se un familiare almeno una volta nella sua vita, ha sofferto di attacchi di panico, si ha un aumento del rischio di insorgenza. Anche se apparentemente l&#8217;individuo è perfettamente tranquillo e non è affatto ansioso, a volte un piccolo trauma o una delusione possono dare luogo al primo attacco di panico. L’attacco di panico non mette la persona in pericolo di vita ma la porta a credere di diventare pazzo, ci si sente paralizzati e fuori controllo, tanto da provocare delle complicazioni quali fobie, depressione, abuso di medicinali. Il soggetto affetto da un tale turbamento emotivo non riesce a dare alcuna spiegazione all’urgente sintomatologia, non individua alcun legame di causa ed effetto. L’attacco di panico provoca dei cambiamenti nell’intero sistema familiare di cui il soggetto fa parte. Egli infatti spesso sente la necessità d’essere costantemente accompagnato da un’altra persona, inducendo anche l’altro, da cui dipende, a vivere in modo parziale,  trasformandolo in balia da cui costantemente dipendere.  Allorché il DAP esita in una cronicità, diventa cioè stabile, si evidenzia la presenza costante di almeno una persona da cui il soggetto ammalato deve dipendere per essere tranquillizzato a livello psicologico e/o gestito a livello fisico. L’esperienza clinica dimostra, inoltre, che la persona che accetta il ruolo del tutore è spesso una persona a sua volta affetta da insicurezze emotive, mascherate dal rapporto patologico (si tratta cioè di un “debole” che mostra d’essere “forte” facendosi scudo della patologia del partner). Il partner della relazione di soccorso può essere un co-dipendente e la relazione, nonché relazione d’amore, è piuttosto una relazione simbiotica se non addirittura sadomasochista.  L’attacco di panico sembra correlato all&#8217;idea che abbiamo di noi stessi, della nostra posizione sociale,  il nostro modo di vivere i rapporti con gli altri, oppure eventi temuti, insomma, un  tipo di pericolo che richiede un impegno mentale e non fisico.                                                             Primo fra tutti,  il grande conflitto dei sofferenti di panico è l&#8217;integrazione fra il bisogno di libertà ed indipendenza e il bisogno di dipendenza e di solidità. E&#8217; significativa la ricorrente paura di impazzire: paura di non riconoscersi più, di non concepirsi più come personalità coerente ed accettabile nel momento in cui le parti &#8220;oscure&#8221; relegate nell&#8217;inconscio, si presentano violentemente e &#8220;portano&#8221; il paziente  lontano dal modello di personalità abituale. Il disturbo DAP, in questo senso, può essere considerato come una vera e propria porta verso ciò che Jung chiama il &#8220;Sè&#8221;, verso una comprensione ed una accettazione più ampia di noi stessi. La risoluzione dei casi di panico segue spesso la via di questa &#8220;follia&#8221; consapevole, con l&#8217;attivazione di parti di personalità dimenticate o nascoste, ma sicuramente vicine a noi e potentemente creative. Il disturbo d’ansia è sempre caratterizzato dal timore, più o meno manifesto, di perdere l’affetto o la stima di persone importanti. La paura della perdita del legame (la paura dell’abbandono) è, in queste patologie, il sottofondo tematico costante. Dal bambino che ha paura di fare brutta figura a scuola e di perdere la stima degli insegnanti e l’affetto dei genitori (e che per questo motivo sviluppa angosce prestazionali, disturbi dell’emotività e fobie sociali), fino all’uomo che manifesta ansie paranoidi perché ha paura di perdere il legame affettivo con i propri cari o il legame sociale col datore di lavoro o col superiore gerarchico, la patologia tocca costantemente lo stesso tema. Il soggetto teme che un suo modo di essere inadeguato o riprovevole provochi  la perdita della protezione offertagli dai legami sociali, soprattutto se importanti e connotati di affetti di forte intensità. La dipendenza affettiva è il correlato sistematico, più o meno visibile, ma sempre presente, delle patologie da ansia patologica. Le esperienze riportate dai soggetti affetti da questa aberrante sintomatologia inducono ad una  constatazione inequivocabile: qualcosa in loro si è rotto. Rotto nel senso di interrotto, spezzato, staccato. Si tratta di relazioni d’amore che finiscono di colpo,  lavori persi, amicizie che si sciolgono. In altre parole è la trama dei legami sociali che, in un momento particolare della vita di un uomo, non tiene più. Diverse sono, da un punto di vista clinico, le conseguenze di tali traumi: chi scivola nell’anoressia-bulimia e imprigiona nel miraggio del corpo magro ogni possibile evoluzione, chi è colpito da attacchi di panico, chi da disturbi di conversione, chi cade nella dipendenza da sostanze, chi sprofonda nel mondo buio della depressione.<br />
Patologie oggi estremamente diffuse che si prestano ad un’interpretazione che va al di là della semplice nozione di sintomo, potendo essere lette alla stregua di stratagemmi messi in atto dal soggetto per rimediare allo sfilacciarsi del legame sociale. Un tentativo di lettura che lascia uno spazio particolare ad un tema che si rivela imprescindibile nella sua attualità: l’angoscia. Come può questo affetto giungere a livelli tali da paralizzare l’esistenza di un individuo? Da dove nasce questo mare ghiacciato che in molti casi sommerge ed imprigiona il soggetto? Le sintomatologie ansiose hanno come substrato una logica dell’anticipazione e della fretta, necessarie a tenere il passo con l’altro, e particolarmente adeguate a spiegare il modo di vita frenetico delle società contemporanee. Il soggetto affonda nel momento di puro presente, senza futuro e senza passato, un momento che lo prende alla gola e lo soffoca mentre la vita, di cui il cuore pulsante lo costringe ad accorgersi, lo traversa irruente senza nessuna direzione da prendere, inghiottendolo nell’abisso di un “ora” insopportabile, sganciato da ogni “prima” e da ogni “dopo”. </p>
<p style="text-align: justify;">E’ tuttavia  fondamentale sottolineare che la remissione dei sintomi è possibile. Terapie farmacologiche, ma soprattutto trattamenti psicoterapici dimostrano la loro validità oggi più che mai. Sono utili ad incoraggiare il soggetto affetto da tale sintomatologia a riprendere il cammino di vita, senza sentirsi soffocare, con gioie e tristezze ingredienti che connotano tutte le esistenze umane, senza che l’emotività invada e invalidi,  accettando il rischio di poter sbagliare e poi recuperare, contemplando la possibilità di potere attraversare nel migliore dei modi possibili degli intervalli di percorso nel pieno rispetto della propria volontà e dei propri desideri, imparando a godere della solitudine con se stessi, progettandosi, senza che questo comporti la perdita dei legami affettivi veri e autentici, perché quelli rimangono sempre accanto e dentro di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Giannone Giuseppa</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Effetti devastamti della crisi &#8230;.non solo economici</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 05:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viviamo un periodo di grave crisi economica, che ha coinvolto l’Italia e diversi  altri Paesi; ma l’ Italia, in particolare è uno dei primi paesi occidentali a rischio povertà (insieme a Grecia, Spagna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-12507" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12507"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12507" title="crisi" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/crisi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Viviamo un periodo di grave crisi economica, che ha coinvolto l’Italia e diversi  altri Paesi; ma l’ Italia, in particolare è uno dei primi paesi occidentali a rischio povertà (insieme a Grecia, Spagna e Inghilterra). Siamo immersi in una crisi che persino molti economisti fanno ancora fatica a definire con precisione in termini di durata e modalità, ma che sta avendo effetti pesanti e non solo a livello economico. Una delle conseguenze più evidenti della fase che stiamo attraversando è la disoccupazione che in Italia ha raggiunto alte percentuali soprattutto al sud. Spesso in ambito politico, si annuncia la fine di questo difficile periodo,  che ha complicato le esistenze di tante persone, che ha provocato il vertiginoso aumento di  povertà, e tuttavia la fine tanto annunciata di questo calvario non arriva e per le strade della nostra comunità rimbomba, echeggiante  continuamente, un unico tema: disoccupazione, che spesso fa rima con disperazione.  Non mi riferisco, ovviamente, all’ assonanza linguistica tra i due termini, ma alla triste risonanza emotiva che provoca il non avere un lavoro o l’averlo perso, o il fatto di vivere in condizioni di precariato.  Disoccupazione è un termine emotivamente denso e carico di significati, capace di evocare un drammatico immaginario collettivo. Oltre alle evidenti ricadute sulla qualità di vita di singoli e famiglie, che vivono nell’angoscia di non arrivare a fine mese, di non potere pagare il mutuo, cui viene richiesto di fare sacrifici, di  rinunciare a tutte quelle esperienze,  indicatori di normale gestione del quotidiano, oggetti di consumo, vacanze, cinema,  anche solo di andare a mangiare una pizza…..,  vi sono delle ricadute sul piano della serenità cognitivo-emotiva, spesso non adeguatamente valutati.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  parla di una vera e propria “sindrome da lavoro precario”: pensieri che diventano ossessivi sul lavoro che non c’è, o che non ci sarà quando scadrà il contratto; la preoccupazione costante sul lavoro da svolgere al meglio per evitare il licenziamento. I sintomi più comuni sono: insonnia, mal di stomaco, depressione, ansia, disistima per se stessi. Negli ultimi mesi sono state realizzate diverse ricerche che hanno evidenziato correlazioni tra crisi economica e depressione, tra disoccupazione e suicidi. I giovani<em> </em>hanno difficoltà a formulare e poi realizzare progetti personali di autonomizzazione e costruzione di una vita indipendente, ad esempio sotto il profilo  abitativo. Sempre di più temono per il futuro a causa della instabilità delle condizioni socio-economiche, che ostacola anche il progetto, a medio-lungo termine, di costruzione di un nuovo nucleo familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">I meno giovani invece, a rischio di licenziamento, o in cassa integrazione, o perdenti l’occupazione, sono messi in crisi profondamente a causa dell’improvvisa, inaspettata perdita di stabilità, faticosamente raggiunta. Il fenomeno recessivo costituisce un fattore stressante prolungato che può agire su aspetti di vulnerabilità personale, su caratteristiche personali preesistenti e contribuire al passaggio da una condizione ordinaria a una patologica. Ciò è dovuto al fatto che le fonti di stress permangono nel tempo e si associano spesso a una limitata possibilità di disattivare l’evento stressante, per cui, dopo una prima fase di allarme e una seconda di resistenza, le possibilità di reazione dell’individuo tendono ad esaurirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perdere il lavoro mette gravemente a rischio la propria identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il venire meno di una occupazione vuol dire non avere più un ruolo sociale, la capacità di sostentare se stessi e magari la propria famiglia.  Daniela Ovadia in un articolo dal titolo “<em>Chi perde il lavoro perde se stesso?</em>” pubblicato sulla rivista <em>Mente&amp;Cervello </em>del febbraio 2010 dice che dal punto di vista della psicologia sociale, l&#8217;individuo tende a costruire una rappresentazione di sé basata sui ruoli che sente propri e, in base a questi, sviluppa la sicurezza che gli consente la corretta integrazione sociale. Sulla base della  selezione di tali ruoli si sviluppano il prestigio, la sicurezza in se stessi e altre dimensioni importanti per l’integrazione sociale; dalla sensazione di essere in grado di adempiere in modo soddisfacente ai ruoli sentiti come più propri si sviluppa l’autostima.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere o non essere in possesso di un’occupazione produce quindi conseguenze a due livelli:</p>
<p style="text-align: justify;">- a livello dell’integrazione sociale, connesso con il prestigio, la sicurezza in se stessi, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">- a livello dell’immagine di sé e dell’identità, connesso con l’autostima;</p>
<p style="text-align: justify;">L’intensità di questi effetti sarà proporzionale al significato maggiore o minore che il ruolo lavorativo ha per i diversi individui. Coloro che sono maggiormente motivati nella ricerca di un’occupazione, sono anche più danneggiati da un fallimento in questa ricerca in misura direttamente proporzionale al prolungarsi del periodo di non occupazione. E’ molto complesso non solo affrontare le conseguenze pratiche della perdita dell&#8217;impiego, ma anche la possibilità di reinventarsi un modo per rientrare nel mondo del lavoro, di cogliere opportunità nuove, se si presentano. Dolorosa e poco indagata è, per Perrone, “la solitudine di chi si trova improvvisamente confinato in casa, privato della propria identità ed escluso dalla rete di relazioni nella quale ha investito buona parte della propria affettività oltre che del proprio impegno lavorativo”. Un elemento da tenere in considerazione è l&#8217;attribuzione della responsabilità: in un momento di crisi economica globale potrebbe essere più facile affrontare la perdita di lavoro se l&#8217;attribuzione è esterna e non interna. Se si perde il lavoro perché le cause di riduzione del personale sono legate alla recessione e non dipendono dal singolo (sono quindi esterne), gli effetti psicologici negativi possono essere attenuati rispetto a quando incolpiamo noi stessi dell&#8217;evento.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come è importante analizzare le reazioni delle persone vicine, la rete di affetti, il sostegno disponibile e la capacità di chiedere aiuto e di non soccombere al vissuto di vergogna. Portare il denaro a casa è un elemento fondante dell’identità maschile, che anni di educazione alla parità dei ruoli hanno scalfito solo in parte: va bene condividere le responsabilità lavorative e persino quelle casalinghe, ma invertire i ruoli è ancora molto conflittuale. In Estonia, paese che, con la Finlandia e l’Islanda, ha visto crescere negli ultimi anni la disoccupazione maschile a fronte di un maggior impiego di donne, è cresciuta parimenti la <a href="http://www.presseurop.eu/en/content/article/101041-mans-place-now-home">violenza sessuale e domestica</a>. Un fenomeno che i Governi locali guardano con preoccupazione e per scongiurare il quale hanno messo in piedi costose campagne di sensibilizzazione.  </p>
<p style="text-align: justify;">La disoccupazione è un dramma per tutti, non solo dal punto di vista economico ma anche psicologico. Il lavoro è correlato allo status sociale di una persona e costituisce la base sulla quale immaginare il proprio futuro. Se non è una scelta volontaria – afferma Ovadia (<em>ibidem</em>) – stare a casa, per un uomo come per una donna, è perdere una parte di sé”.</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del proprio ruolo di elemento attivo della società ha ricadute importanti e a volte superiori a quelle della mancanza di denaro, come dimostrano le più recenti ricerche in materia. La perdita dell’autostima concomitante alla perdita del lavoro, inficia anche le capacità dell’individuo di cercare una via d’uscita, specie in frangenti economicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Da qui può generarsi una sorta di “immobilismo” del ruolo lavorativo, l’incapacità di immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo che rappresenta uno degli ostacoli che gli psicologi del lavoro tentano di rimuovere quando una persona fatica troppo a reinserirsi. Ci possono essere tre tipi di atteggiamento di fronte alla perdita di occupazione:</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del lavoro assume la connotazione di una perdita complessiva di un sistema di appartenenza, della identità sociale e professionale e della capacità di incidere attivamente sul reale.(Dinamica della Disperazione)</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita del lavoro viene assunta quale tradimento, aggressione, riduzione ad uno stato di impotenza cui rispondere con un atteggiamento che consenta un riscatto personale. (Dinamica del riscatto)</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi attivata dalla perdita del lavoro offre spazi evolutivi e possibilità di cambiamento e di mobilitazione delle risorse. (Dinamica dello sviluppo)</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi tre diverse rappresentazioni dell’evento “perdita di lavoro” possono scaturire reazioni comportamentali diversificate.</p>
<p style="text-align: justify;">In fasi di grave crisi, come quella attuale, diventa fondamentale per l&#8217;individuo possedere la capacità di reagire positivamente ai cambiamenti, mutando le difficoltà in opportunità. Si parla sempre di più di resilienza, termine mutuato dalla scienza dei materiali dove connota la capacità di resistere a forze in grado di provocarne la rottura. La psicologia della salute la studia per comprendere quali fattori portino alcune persone a crollare di fronte a certi eventi ed altri a reagire facendo fronte autonomamente a condizioni di forte svantaggio. Per la psicologa Anna Oliverio Ferraris,  la resilienza “è per la psiche ciò che il sistema immunitario è per il corpo, però, siccome psiche e corpo lavorano insieme e non c&#8217;è psiche separata dal corpo, i due sistemi possono potenziarsi oppure deprimersi a vicenda”. Oliverio Ferraris mette in evidenza una serie di fattori o attitudini che compongono la resilienza: biologici, psicologici (tra cui l&#8217;importanza delle relazioni che si formano nell&#8217;infanzia e che consentono di strutturarsi come persona capace di reagire di fronte alle avversità), sociologici (l&#8217;influenza del gruppo, della cultura, dell&#8217;etica, della spiritualità). “La rete di relazioni – afferma Perrone in un articolo del 2010 – è la palestra nella quale impariamo ad avere fiducia in noi e negli altri e a non sentirci soli di fronte agli imprevisti che la vita ci presenta ogni giorno. Rompere questa rete significa ridurre la capacità di rispondere in modo positivo a una crisi. Questo spiega perché le riduzioni di personale nelle aziende, che seguono inesorabilmente una crisi economica lasciando ampi e significativi buchi nella rete delle relazioni tra le persone, gettino anche coloro che dovrebbero essere motivati e contenti per aver salvato il proprio posto in una &#8216;sindrome del sopravvissuto&#8217; capace di deprimere sia la produttività sia la persona”. Per essere resilienti, “abbiamo dunque bisogno del sostegno che può venire anche dalle comunità di lavoro”. </p>
<p style="text-align: justify;">Il momento di crisi che attualmente viviamo, il senso lacerante di impotenza che sempre di più sperimentiamo in relazione all’instabilità lavorativa lasciano emergere vissuti di tristezza e di disistima, di rabbia e di disperazione. Sempre e dentro ognuno di noi sono riposte delle energie, che se momentaneamente assopite dobbiamo in tutti i modi risvegliare. Sperimentare nuovi ruoli, adattarsi anche transitoriamente a nuovi compiti, rafforzare l’autostima, trarre il meglio da noi stessi e da quel poco che ci viene offerto. Alimentare l’iniziativa personale, sconfiggere i vissuti di vergogna, di fallibilità è un compito arduo che ci dobbiamo imporre, nella consapevolezza che alimentare la motivazione a contrastare il periodo difficile è l’unico modo vincente per uscire a testa alta. E tutto ciò lo dobbiamo primariamente a noi stessi e poi ai nostri cari.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Giusi Giannone</p>
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<p style="text-align: center;"> </p>
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		<title>Stalking&#8230;.. l&#8217;ossessione dell&#8217;altro di Giusy Giannone</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Aug 2013 05:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
		<category><![CDATA[Giusy Giannone]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[stalking]]></category>

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		<description><![CDATA[Minacce, soprusi, pedinamenti, regali sgraditi al destinatario, sms continui, attenzioni asfissianti ….E la lista potrebbe continuare… Si tratta di una complessa costellazione di comportamenti che vanno a inglobarsi nel fenomeno STALKING  dilagante nelle...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-12493" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12493"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12493" title="stalking" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/stalking-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Minacce, soprusi, pedinamenti, regali sgraditi al destinatario, sms continui, attenzioni asfissianti ….E la lista potrebbe continuare… Si tratta di una complessa costellazione di comportamenti che vanno a inglobarsi nel fenomeno STALKING  dilagante nelle cronache giornalistiche recenti. Il fenomeno accende i dibattiti nei più svariati contesti con l’obiettivo di esaminarne le motivazioni e le dinamiche psicologiche di chi lo agisce e di chi lo subisce.</p>
<p style="text-align: justify;">STALKING è un termine mutuato dall’inglese, e significa letteralmente “fare la posta”. Si tratta di un fenomeno trans-culturale che costituisce reato in molti Paesi. In Italia  le condotte tipiche dello <em>stalking</em> sono punite come &#8220;atti persecutori&#8221;.  L’art. 612-bis c.p. è stato introdotto il <a title="23 aprile" href="http://it.wikipedia.org/wiki/23_aprile">23 aprile</a> <a title="2009" href="http://it.wikipedia.org/wiki/2009">2009</a> con la conversione in legge del <a title="Decreto legge" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_legge">D.L.</a> <a title="23 febbraio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/23_febbraio">23 febbraio</a> <a title="2009" href="http://it.wikipedia.org/wiki/2009">2009</a>. Al comma 1 recita: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l&#8217;incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita&gt;&gt;.</p>
<p style="text-align: justify;">Curci e Galeazzi (2002) parlano di “sindrome” dello <em>stalking </em>costituita da: <span style="text-decoration: underline;">un attore</span> (lo <em>stolker</em>) che individui una persona nei cui confronti sviluppare un intensa polarizzazione ideo-affettiva; <span style="text-decoration: underline;">una serie ripetuta di comportamenti</span> con caratteristiche intrusive di sorveglianza, contatto e/o di comunicazione; <span style="text-decoration: underline;"> la vittima</span> dello <em>stalking</em> che percepisca soggettivamente come intrusivi, intensi e sgraditi tali comportamenti, avvertendoli in associazione con senso di angoscia, paura e minaccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Meloy e il suo gruppo, operativi in ambito psichiatrico forense a San Diego hanno adottato due definizioni di stalking: : quella di “erotomania non delirante o borderline” e quella di “inseguitori ossessivi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel primo caso – erotomania borderline &#8211; le molestie persistenti nei confronti della vittima – con la quale normalmente lo stalker ha avuto una relazione sentimentale – configurerebbero un tentativo di difesa dalla ferita narcisistica suscitata dall’abbandono. Nel secondo caso – inseguitori ossessivi – le ossessioni rappresenterebbero l’elemento fondamentale che spinge lo stalker ad atti caratteristici come pedinare, spiare, seguire, aggirarsi attorno alla vittima.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale reato ha attirato l’interesse del pubblico soprattutto per casi legati a personaggi dello spettacolo e dello sport oltre che per episodi di cronaca nei quali i delitti erano stati preceduti da atti persecutori. Lo Stalking è un fenomeno complesso ed eterogeneo poiché lo stesso comportamento può essere innescato da motivazioni diverse che solo l’attenta analisi del caso specifico può decifrare. L’attenta analisi dei bisogni e dei desideri che innescano il comportamento molesto, ha consentito di individuare cinque tipologie di Stalkers (Mullen et al., 1999):</p>
<ul>
<li>
<div style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">i molestatori rifiutati</span>, i quali si oppongono alla fine di una relazione intima con azioni finalizzate a ripristinarla, ovvero soggetti che non riescono ad accettare l’abbandono del partner o di altre figure significative attuando al contempo una vera e propria persecuzione nel tentativo di ristabilire il rapporto. Sono i molestatori statisticamente più pericolosi per quanto riguarda la possibilità che lo stalking degeneri in atti criminali di violenza fisica nei confronti della vittima. In ambito cinematografico, questo prototipo di persecutore è ben rappresentato nel film <em>Attrazione fatale </em>(1987) dove l’amante occasionale, Glenn Close, una volta abbandonata, mette in pratica dei comportamenti progressivamente sempre più intrusivi e violenti ai danni del suo seduttore Michael Douglas, fino a trasformarne la vita in un inferno in cui niente è al sicuro.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">il molestatore “rancoroso</span>”, ovvero colui che, generalmente affetto da disturbi di personalità paranoide, agisce le sue molestie per vendicarsi di un torto che ritiene aver subito da parte della vittima.  Normalmente questa tipologia di <em>stalker </em>presentano un livello di pericolosità contenuta per ipotesi di violenza fisica, rappresentata attraverso le molestie e gli insulti ma difficilmente agita.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">il molestatore “predatore”</span>, vero e proprio inseguitore della vittima, nei cui confronti prepara l’attacco, che spesso viene rappresentato da una violenza sessuale. Tale tipologia di stolker è anche definita “molestatore sessuale” o “conquistatore maldestro” ed individua l’oggetto del loro desiderio nella vittima ( anche sconosciuta ) effettuando una serie di tentativi di approccio incapaci o incuranti dei segnali di fastidio da parte della vittima.  Le molestie attuate in questo caso, poichè risvegliano in chi le subisce uno stato d’animo di ansia, panico, sfiducia e inferiorità, pongono immediatamente l’autore di una posizione di sadica superiorità psicologica. La vittima solitamente risponde o con la paralisi della volontà, una condizione di impotenza in cui l’istinto di vita sembra prosciugato, o con un blocco motorio. Nel film <em>A letto con il nemico, </em>si evidenzia proprio il comportamento fin qui descritto. Infatti Julia Roberts, moglie maltrattata dal marito, si finge morta per sfuggire al suo strapotere, ma viene da lui ritrovata e tormentata con una serie di molestie di intensità e violenza crescente. In questo gruppo il tasso di violenza è molto alto. I soggetti appartenenti a tale categoria, talvolta presentano modalità compulsive e possono giungere a vere e proprie forme di delirio. Per ciò che attiene agli indici di pericolosità i molestatori sessuali abituali possono divenire potenziali stupratori mentre i cosiddetti conquistatori maldestri sono pressochè innocui.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">lo stalker “inadeguato” o “incompetente”</span>. Esso è rappresentato dal corteggiatore fallito in cerca di partner. E’ di solito un soggetto che desiste facilmente e cambia continuamente bersaglio. Qui lo stalker è una persona che non sa come stringere un rapporto di qualsiasi tipo con la vittima, e nell’incertezza e incapacità, finisce in maniera per lo più involontaria, per assumere il ruolo di molestatore. Anche in questo caso la cinematografia riprende tale categoria, e precisamente nel film <em>Senza pelle </em>(1994) in cui tale Gina, subisce la “corte” a distanza, fatta da telefonate mute, pedinamenti e lettere anonime, da parte di Saverio, giovane psicotico, che non conosce altri mezzi per avvicinare la donna che desidera.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">i molestatori “in cerca di intimità”</span>, sono coloro che, in preda ad una vera e propria erotomania, aggrediscono vittime sconosciute e personaggi celebri di cui si sono innamorati, al fine di instaurare una relazione. Le loro molestie tendono, rispetto alle altre tipologie, ad essere più lunghe nel tempo e scarsamente scoraggiate da azioni legali. Lo stalking in questo caso si configura come un modo di superare la solitudine per ricercare anche tramite la “violenza” un rapporto con un “generico” altro che fino a quel momento era proprio uno sconosciuto o un conoscente più o meno occasionale. Nel romanzo <em>L’amore fatale, </em>Jan McEwan mette in scena infatti una vicenda paradossale ma esplicativa di quanto descritto: la vita del protagonista Joe viene sconvolta dall’intrusione di Jed Parry, un fanatico religioso, conosciuto accidentalmente durante un tragico salvataggio a una mongolfiera in difficoltà, che è deciso a piegarlo al suo amore.</div>
</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Nel molestatore “rifiutato” ed in quello “rancoroso”, gelosia e vendetta appaiono certamente i “sentimenti” – ovvero gli stati d’animo – prevalenti e determinanti. La gelosia, come è noto, non riveste necessariamente un carattere intrinsecamente patologico. Essa rappresenta l’espressione di un conflitto tra la tendenza al possesso completo ed esclusivo del partner e la realtà vissuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una particolare forma di stalking è quella definita “occupazionale”; le categorie vittimologiche a rischio sono le donne e le professioni d’aiuto  (78.6% donne contro il 21.4% di uomini). Gli studiosi concordemente hanno individuato almeno due possibili spiegazioni: 1) queste professioniste e questi professionisti entrano in contatto con i bisogni profondi di aiuto delle persone e possono più facilmente diventare oggetto di proiezioni, affetti, relazioni interiorizzate; 2) lo stalking può essere una domanda di attenzione o una ricerca di rivalsa (attribuzione di responsabilità di problematiche di varia natura). Spesso dall’ ambito professionale l’attenzione  dello stalker viene canalizzata all’ambito più strettamente privato delle vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">La principale forma di violenza perpetrata nello stalking è la violenza psicologica, causa diretta di una serie di conseguenze sulla vittima che non coincidono necessariamente con la morte di quest&#8217;ultima.<br />
Ovviamente ogni persona reagisce agli eventi stressanti  con modalità particolari che dipendono da molti fattori quali la tolleranza alla frustrazione, la percezione degli eventi stressanti, il “potere” auto-percepito di fronteggiare le cause dello stress (elemento particolarmente correlato all’autostima), eventuali situazioni psicopatologiche pregresse, temperamento, disponibilità di aiuto sociale, storia di vita e altri fattori. Generalmente la vittima di Stalking manifesta problematiche legate ai disturbi d’ansia fino ad arrivare a sintomatologie che possono sfociare nei casi più gravi in un conclamato  <a href="http://www.disturbipsichici.info/mio%20sito/disturbo%20post-traumatico%20da%20stress.htm">Disturbo Post-Traumatico da Stress</a> o in <span style="text-decoration: underline;">Disturbi Dissociativi</span>. La vittima può manifestare insonnia, incubi, pensieri intrusivi inerenti il molestatore (lo vede dappertutto), uno stato ansioso generalizzato, incapacità di rilassarsi,  depressione o rabbia, irritabilità o scoppi d’ira o difficoltà a concentrarsi o a eseguire compiti, ipervigilanza, e/o esagerate risposte di allarme;   i sintomi causano disagio clinicamente significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. Ovviamente anche le persone vicine alla vittima possono manifestare disagio psicologico, preoccupazione o senso di impotenza. Per ovviare a questo molte delle vittime sono costrette ad adottare strategie comportamentali di evitamento che arginano la libertà della vittima.  Cambia numero di telefono, domicilio, lavoro, in casi particolarmente gravi anche la città di residenza, tutto questo oltre che apportare un danno psicologico, porta anche un danno esistenziale alla vittima che deve ricostruirsi un&#8217;altra vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stalker, come afferma il Professor Curci, sviluppa disturbi relazionali legati ad eventi traumatici che si manifestano con una richiesta ossessiva di affetto.  Bisogna sottolineare che solo il 10% della popolazione degli stalkers presenta un quadro clinico di tipo psicopatologico. Dal punto di vista piscopatologico, può essere sempre identificata una profonda intolleranza narcisistica: la perdita, la sconfitta o la frustrazione in genere, verificatasi o semplicemente temuta, certamente inaccettata, innesca il tentativo del suo superamento e della sua negazione. Il superamento della frustrazione porta a diventare un molestatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste poi in alcuni casi di <em>stalking,</em> una dipendenza, oltre a quelle da stupefacenti o da alcol, da bisogni  di relazione interpersonali e di assistenza, come nel caso del Disturbo Dipendente di Personalità. L’incertezza in questo caso caratterizza ogni atto dello <em>stalker :</em> egli tormenta e perseguita perchè non può lasciar andare l’altro, non essendo in grado di sopravvivere senza una costante presenza capace di rassicurarlo, guidarlo, nel tentativo di soddisfare il suo insoddisfacibile bisogno anomalo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella vendetta abbiamo comunque un disturbo dell’equilibrio narcisistico. Il comportamento della vittima riapre la ferita antica, riporta in luce la perdita remota, innescando le molestie di rivalsa dello <em>stalker. </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’utilizzo diffuso di internet espande notevolmente i mezzi di persecuzione agiti dallo stalker: l’e-mail, la chat e l’ormai noto SMS.  A volte il rapporto <em>stalker</em>/vittima avviene solamente in modo virtuale cioè  tecnomediato dal web. Alla luce delle moderne teorie cyber-criminologiche, che danno grande importanza al fattore “anonimato” su cui l’autore del cyber-crime fonderebbe il rapporto con la vittima, è ipotizzabile quindi in taluni casi, valutare come  sussistente,  una sorta di “alterazione della percezione” dell’azione che l’autore  va commettendo.  L’assenza di un contatto visivo con la vittima, e l’asincronia di eventuali risposte genererebbero infatti in alcuni casi di <em>stalker</em> (ad esempio il corteggiatore maldestro), un quadro di sottostima dei danni psicologici provocati e della sofferenza inflitta. In tutti i casi suddetti lo stalker che agisce compulsivamente tende a seguire i propri bisogni e a negare la realtà, danneggiando progressivamente la propria salute mentale e la qualità della propria vita sociale che si deteriorano sempre di più, via via che la persecuzione si protrae<strong>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo ragionevolmente dedurre che lo stalker abbia un modello di attaccamento insicuro (ansioso &#8211; ambivalente, evitante o disorganizzato) per cui il soggetto non può fare a meno dell&#8217;altra persona, la quale diventa funzionale per la propria esistenza, diventando un&#8217;ossessione. Va tuttavia evidenziato che  nel fenomeno stalking è possibile scorgere dinamiche relazionali circolari, disfunzionali e sadomasochiste che coinvolgono non soltanto l’aggressore ma anche la vittima. In alcuni casi, infatti, la vittima può inconsciamente alimentare il comportamento persecutorio dello stalker accettandone talvolta regali, rispondendo a messaggi, alternando, con scarsi risultati, atteggiamenti buonisti di dialogo a diffide verbali e minacce di denunce. Talvolta la persecuzione ossessiva dello stalker collude psicologicamente con una carenza affettiva  ed una condizione di solitudine della vittima, costretta drammaticamente ad accettare un sentimento patologico da cui fuggire, ma che, paradossalmente, ne riduce l’isolamento. Altre volte, infine, i conflitti precedenti e conseguenti ad una separazione coniugale possono sfociare in uno stalking alimentato da entrambe le parti, dove la vittima, pur colpita, gode tacitamente nel vedere “uscir fuori di senno” l’ex partner un tempo amato ed ora trasformato in aggressore. E’ evidente quindi che ogni singolo caso di stalking va inquadrato alla luce di un’analisi di tipo psicologico relazionale che esamini gli eventuali elementi patologici dello stalker, le risposte comunicative della vittima, le dinamiche affettive e la storia, quando esiste, del rapporto. Certo, questo tipo di analisi va fatta prima che lo stalking, già ricco di elementi violenti, evolva tragicamente in modo distruttivo; soprattutto, occorre intervenire con tutti gli strumenti necessari, legali, psicologici, assistenziali, per tutelare la vittima, non soltanto nella fase massima della persecuzione ma fin quando non ne abbia superato i danni.<br />
Secondo l&#8217;ONS (Osservatorio Nazionale Stalking) un italiano su cinque nella vita è stato oggetto di forme di molestia annoverabili nello stalking e non stupisce che di questi l&#8217;80 per cento siano donne. La maggior parte dei comportamenti assillanti,  viene messa in atto da uomini nei confronti delle partner o delle ex-partner (circa il 70% dei casi), l&#8217;età è compresa tra i 18 ed i 25 anni (il 55% dei casi) quando la causa è di abbandono o di amore respinto o superiore ai 55 anni quando ci si trova di fronte ad una separazione o a divorzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Giusy Giannone</p>
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		<title>PADRONE E TIRANNO DI VITE GIOVANILI……..L’ALCOL di Giusy Giannone</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Aug 2013 21:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
		<category><![CDATA[Giusy Giannone]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo]]></category>

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		<description><![CDATA[Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Epoca delle passioni tristi, diceva Spinosa, filosofo del ‘600. E mi stupisce quanto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-12471" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=12471"><img class="alignleft size-full wp-image-12471" title="alcolismo2" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/alcolismo2.jpg" alt="" width="204" height="240" /></a>Recita un proverbio giapponese: “<em>Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo</em>”. Epoca delle passioni tristi, diceva Spinosa, filosofo del ‘600. E mi stupisce quanto questa espressione sia ancora valida, tanto da essere recentemente ripresa da 2 psichiatri:  Miguel Benasayag, Gerard Schmit.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi ultimi anni tra le passioni tristi dei nostri giovani si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Ho detto <em>droga</em> a ragion veduta, perché l’alcol crea assuefazione, distrugge l’organismo cellula dopo cellula,  e rende schiavi proprio come le altre droghe. L’alcol è una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Secondo i dati (presentati nel 2010), contenuti nel report “Brindo alla vita” realizzato   dal Movimento del consumatore con la collaborazione della Regione Sicilia, l’80% dei ragazzi siciliani beve tra i 14 e i 17 anni. 13 anni è l’età della prima ubriacatura. Il 12% dei ragazzi beve per la sensazione di euforia che ne deriva, il 4% per emulare i più grandi, il 5% per affrontare i problemi della vita. Le medie dei giovani siciliani che abusano di alcol si sono negli ultimi anni adeguate perfettamente a quelle europee. Il modello di consumo alcolico mediterraneo  sembra essere diventato quello caratteristico del nord Europa del “Binge-Driking”. Letteralmente Binge-Driking significa ubriacatura, sbornia, sbronza, ossia  il bere fino ad ubriacarsi che si manifesta in contesti di socialità. L’attenzione è posta sulla quantità di alcool che i giovani assumono individuando il limite a cinque drink per gli uomini e quattro per le donne, bevuti tutto d’un fiato. Esso è un fenomeno in costante diffusione tra i nostri giovani a dispetto delle conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale; aumenta anche la probabilità di contrarre tumori come il cancro, e determina danni al sistema riproduttivo. Non è da prendere alla leggera neanche l’avvelenamento da alcol, una reazione fisica e potenzialmente fatale dovuta alla deprivazione di ossigeno al cervello a causa dell’overdose di alcol. Esso, inoltre, è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette <em>stragi del sabato sera</em>). E’ causa di attività sessuali non pianificate che presentano per le donne il rischio di gravidanze indesiderate, comporta il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, provoca il peggioramento delle prestazione scolastiche che possono portare all’abbandono degli studi. <em>“L’uso eccessivo di alcol da parte dei giovani potrebbe definitivamente compromettere le normali connessioni nel cervello che assicurano il funzionamento del cervello da adulti”</em>. A dirlo è uno studio della Loyola University, negli Usa, presentato durante il congresso della Society for Neuroscience a San Diego. Gli scienziati hanno esaminato nei topi gli effetti a lungo termine dell’abuso di sostanze alcoliche sulla produzione di cortisolo, l’ormone delle stress. Come gli uomini, anche gli animali producono lo stesso ormone in risposta a situazione di stress fisico o psicologico. I topi che avevano ricevuto la somministrazione più ingente di alcol in età precoce, una volta cresciuti, mostravano una reazione più repentina degli ormoni a nuove assunzioni di alcol. Negli uomini, secondo i ricercatori, questo potrebbe tradursi in una maggiore predisposizione a atteggiamenti come irritabilità, stress, ansia e persino depressione. L’uso continuato di alcol induce una diminuzione delle capacità mentali e razionali di una persona sfociando nel tempo in una vera e propria modificazione dell&#8217;Io. Il senso di critica cala, il controllo diminuisce e si accentua l&#8217;incapacità ad uscire dalla dipendenza e i vuoti che l&#8217;alcol crea nello stesso tempo li riempie. L&#8217;alcolismo cronico ruba insomma tutte le caratteristiche di una persona, facendola regredire sino ad acquisire significativi comportamenti infantili come la ricerca di una continua soddisfazione e la passività. Questo processo accomuna gli alcolisti, che arrivano ad assomigliarsi tutti, proprio per l&#8217;effetto di spersonalizzazione determinato dalla sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione dell fenomeno “alcolismo” si scontra contro un bombardamento culturale, dove assumere alcol dà un contributo significativo per la propria realizzazione, dove i luoghi di incontro giovanili sono diventati principalmente i bar e i pub, e dove “il rito dell’aperitivo” o del consumo di alcol diventa l’occasione per relazionarsi e stare “bene” insieme. Questo contesto è spesso confortato dal mondo adulto che, confuso, lancia messaggi contraddittori, spesso incoerenti, a volte non consapevoli e altre di aperta complicità. Anche la pubblicità gioca un ruolo incisivo,  un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del <em>tutto è lecito</em>, dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema dell&#8217;alcolismo è spesso meno evidenziato rispetto alle altre droghe, e questo probabilmente perché l&#8217;alcol è una droga lecita che spaventa meno o anche perché non è, nella mentalità comune, associata al tema del disagio giovanile, come invece avviene per gli spinelli. Spesso, quindi non si tiene conto di come l&#8217;età si sia velocemente abbassata rispetto al primo bicchiere. L&#8217;alcolista prima di diventare tale, ha un disagio profondo da lenire, un&#8217;inadeguatezza da superare e un vuoto da colmare. E’ il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol coltivando l’illusione di una appagante percezione di sé. La signifi­catività della dipendenza alcolica va letta prendendo in considerazione almeno tre diverse dimensioni che si influenzano reciprocamente e cioè la struttura intrapsichica personale, il contesto familiare e la struttura sociale. Tra i differenti fattori evidenziamo:</p>
<p style="text-align: justify;">ü  <strong>Piacere del rischio: </strong>I ragazzi per acquisire l&#8217;indipendenza devono assumere dei piccoli rischi, che li fanno sentire grandi e che possono essere emozionanti, ma bere equivale a rischiare la vita stessa.</p>
<p>ü  <strong>Desiderio di trasgredire: </strong>La nascita della capacità di pensare astrattamente porta anche a contestare, a mettere in stato d&#8217;accusa i valori degli adulti, a trasgredire per verificare insieme ai compagni ciò che è vietato, ciò che non si conosce, ciò che desta curiosità.</p>
<p>ü  <strong>Mancanza di interessi, assenza di obiettivi: </strong>Essa porta alla noia e a sentimenti di inutilità. Molti giovani si accostano all&#8217;alcol proprio per vincere questi sentimenti e per sentirsi vivi emozionalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">ü  <strong>Dipendenza dal gruppo: </strong>Sia un clima autoritario che permissivo sono nocivi. I ragazzi infatti, sia nel timore della severità dei genitori che nel sentirsi trascurati in famiglia, possono reagire rifugiandosi nel gruppo dei compagni, al punto da dipenderne completamente. Non per caso l&#8217;assunzione di alcol da parte degli adolescenti si verifica in compagnia dei coetanei ed è un&#8217;esperienza quasi sempre vissuta come piacevole perchè alcune sostanze, tra cui l&#8217;alcol, favoriscono i rapporti sociali, attenuano l&#8217;ansia, eliminano la noia, favoriscono la distensione, cancellano la stanchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">ü  <strong>Scarsa autostima: </strong>L&#8217;autostima è basilare per saper affrontare con serenità le difficoltà piccole e grandi che si succedono nel ciclo della vita. La deficitaria autostima causa una scarsa integrazione del Sè interno e delle immagini oggettuali e ha come conseguenza una seria difficoltà nella capacità introspettiva, nello sperimentare adeguatezza psichica e corporea alle pressanti richieste del mondo esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella genesi di abuso di alcol fondamentale risulta l’incapacità di esprimere e graduare emozioni e sentimenti, di affrontare e tollerare la sofferenza, di attivare meccanismi di difesa adeguati alle circostanze. Queste caratteristiche di personalità renderebbero l’individuo particolarmente vulnerabile e, in situa­zioni di crisi, provocherebbero una inadeguata capacità di autogestione che si manifesta nella difficoltà di valutare le proprie capacità e di gestire le risorse. Così quando l’alcol fa sperimentare un soggettivo beneficio o una parvenza di normalità funzionale può svilupparsi la dipendenza. (Treece e Khantzian (1986))</p>
<p style="text-align: justify;">La sicurezza vissuta nei primi anni è uno dei fattori alla base del senso di identità nell&#8217;età adulta o quantomeno un fattore che indirizza nel corso dello sviluppo verso scelte o atteggiamenti che rafforzano la fiducia in sé stessi e negli altri. Kohut così definisce il pensiero psicanalitico sull’alcolismo: “Le delusioni traumatiche sofferte du­rante le fasi precoci dello sviluppo degli oggetti interni idealizzati, hanno privato il bambino della gra­duale interiorizzazione di esperienze come essere rassicurato, calmato e aiutato. Tali individui rimango­no così fissati su parti di oggetti arcaici, che ritrovano, per esempio, sotto forma di sostanze. La sostanza, però, non serve come un sostituto di oggetti d’amore, o per una relazione con essi, ma come un sostituto di un difetto nella struttura psicologica”. (Kohut, 1977 ).</p>
<p style="text-align: justify;">Altri studi evidenziano che l’alcolismo va considerato come un sintomo che si rende evidente in un componente della famiglia, ma che appartiene allo stile di vita dell’intero sistema familiare. La famiglia sembra avere un ruolo importante nell&#8217;alcolismo maschile, soprattutto quando c&#8217;è un padre alcoldipendente. L&#8217;alcolismo femminile non è necessariamente collegato a un padre con il problema dell&#8217;alcol, piuttosto basta una figura paterna autoritaria, iperprotettiva, severa e che mostri una esagerata predilizione per la figlia a spingere una donna, con un bere già problematico, ad eccedere. L&#8217;assunzione di sostanze potrebbe essere interpretata come un&#8217;inappropriato tentativo di automedicazione, quasi sempre non rivolto verso un preciso e conclamato disturbo psichico ma bensì corrispondente ad una indistinta e generalizzata condizione di disagio e malessere, capace di generare nel soggetto una forte e persistente sofferenza psicologica. I disturbi affettivi,  sono sovente all&#8217;origine dell&#8217;alcolismo, ma va sottolineato che la depressione spesso è la conseguenza dell&#8217;alcolismo. La tristezza porta sovente alla ricerca di meccanismi di sollievo come l&#8217;alcol, che diventa o il mezzo euforizzante o lo strumento di autodistruzione e di punizione.<br />
Anche la condizione socioeconomica influisce sulla condizione di alcolismo sia direttamente per la scarsità di mezzi economici necessari per una vita dignitosa e soddisfacente, sia per la difficoltà a trovare realizzazioni personali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vogliamo rifugiarci nella speculazione, ma cercare di capire l’ennesimo e dilagante modalità in cui si declina il disagio giovanile. Non sottraendoci alle responsabilità dobbiamo  capire per intervenire in modo efficace. Bere è un sintomo che provoca  autodistruzione, ed è il precipitato di molteplici fattori tra cui non vanno esclusi assolutamente gli inquinamenti di carattere sociale. I giovani hanno forse necessità di  “un tempo condiviso…. Nel quale tutti dipendiamo dagli altri”, che “non è una condanna né un limite”, ma “la base….. delle passioni gioiose” (come diceva  ancora Spinosa), e dello sviluppo delle “mille e una potenzialità di ognuno di noi”. È questo vuole essere il tentativo di riattivare la speranza di un futuro come promessa e non come minaccia, (Miguel Benasayag – Gerard Schmit: L’epoca delle passioni tristi),  un futuro in cui condividere il tempo bevendo una bibita insieme è sinonimo di gioia e non preludio di morte.</p>
<p>Dott.ssa Giusi Giannone</p>
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		<title>VIVERE CON LO STRANIERO della Dott.ssa Giusy Giannone</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 21:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Giusy Giannone]]></category>
		<category><![CDATA[l'esperto rispon]]></category>
		<category><![CDATA[Vivere con lo straniero]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue,ma anche culture e costumi, passioni e interessi, facendo del suo abitante...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-11416" href="http://www.ficarazziblog.it/?attachment_id=11416"><img class="alignleft size-full wp-image-11416" title="giannone" src="http://www.ficarazziblog.it/wp-content/uploads/giannone.jpg" alt="" width="180" height="139" /></a>“<em>Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. </em><em>Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue,</em><em>ma anche culture e costumi, passioni e interessi, </em><em>facendo del suo abitante una creatura ambivalente, </em><em>comprendente in sé l</em><em>‟</em><em>io e il non io,</em><em>se stesso e l</em><em>‟</em><em>altro, il simile e l</em><em>‟</em><em>estraneo</em>” Kapuscinski (2007: 50 ).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Odissea narra delle vicende di Ulisse che, a seguito del naufragio, sporco di salsedine, nudo, ai limiti della mostruosità, approda sulle coste di Scheria e tra il panico generale viene accolto dalla figlia del re Antinoo, che  rivolgendosi alle ancelle dice: “<em>Dove fuggite al vedere un uomo ? Pensate che sia un nemico? […] Ma questo è un infelice, giunge qui ramingo. Bisogna prendersi cura di lui ora […] e un dono anche piccolo è caro.</em>” Lo straniero, non spaventa. Anzi nei suoi confronti i Greci si dispongono con tale ospitalità e apertura da renderlo automaticamente e in primo luogo ospite (xénos), sacro ed intoccabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Baudelaire ne il poemetto “<em>Lo straniero</em>” (1869) parla di “<em>enigmatico uomo</em>” per poi definirlo anche “<em>straordinario uomo</em>”. “Amo le nuvole… Le nuvole che vanno… laggiù, laggiù… le meravigliose nuvole!” Il poeta  nel suo personaggio dà adito a due tòpoi letterari legati alla figura dello straniero: quello che lo vuole misterioso privo di identità definita e definibile e l’altro secondo cui lo straniero non ha dimora fissa ma vaga alla ricerca di sé  rimanendo inappagato a seguir le nuvole.</p>
<p style="text-align: justify;">F. De Andrè  nel “<em>La guerra di Piero</em>” dice che in guerra, lo straniero è colui che “<em>ha</em> <em>il tuo stesso identico umore / ma la divisa di un altro colore</em>”. La visione greca è completamente rovesciata qui, mentre la storia ha ancora un ruolo fondamentale: lo straniero è sì un uomo come noi ma ora è solo un nemico, deve essere ucciso. Esitare, compatire, sentirsi figli di una stessa matrice equivale a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Camus nel 1942, col suo romanzo “<em>Lo straniero</em>” rileva una situazione particolare: ciascuno può essere straniero, estraneo anche nella propria società, se non addirittura a se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Kafka parla dello straniero nel romanzo  &#8220;Il Castello&#8221;(1973): &#8220;<em>Lei non è del Castello, non è del paese, non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre tra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi…</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film di Crialese “<em>Terra ferma</em>”, invece, lo straniero è chi ha più soldi di noi, straniero è chi controlla le risorse economiche quindi è erbaccia da estirpare, stranieri sono tutti e nessuno, e lo straniero non è vero che fa ancora paura, perché la paura è, come spesso accade, un pretesto, dove nessuno quasi può esimersi dal sentirsi un poco straniero in un mondo che ormai non gli appartiene.</p>
<p>E le sollecitazioni artistiche potrebbero continuare…. Ma per noi chi è lo straniero, l’immigrato?</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nell’epoca della globalizzazione, un’epoca in cui le esperienze migratorie sono imposte dalle necessità dislocative dell’umanità. L’Italia ad esempio, da Paese di emigrazione è divenuta nel corso del tempo paese di immigrazione. Dal 1860 al 1980= 27 milioni di emigrati; oggi circa 1,3 milioni di immigrati. Eppure gli Italiani hanno messo in atto una clamorosa rimozione collettiva del proprio passato migratorio, come se fosse vergognoso.  I telegiornali ci tempestano di immagini di barconi pieni di ESSERI UMANI che, in un viaggio di speranza alla ricerca di un miglioramento economico, o di una maggiore sicurezza, giungono nelle Nostre terre…… e l’isola di Lampedusa diviene sempre più piccola…..  Lo straniero è oramai parte della nostra quotidianità, è il compagno o la compagna dei nostri figli a scuola, è il nostro vicino di casa, è il paziente con cui siamo chiamati a confrontarci, esposti al rischio di tramutare un’alterità culturale in un’alienità psicopatologica o, comunque, di misinterpretare il senso psicopatologico di un comportamento o di un insieme sintomatico (Risso, Böker, 2000 [1964];).  L’incrocio strutturale con altri e diversi sistemi culturali, largamente irriducibili al nostro chiede di imporsi alla nostra attenzione…… e noi abbiamo il dovere di ascoltare…. non per un astratto rispetto del &#8220;diverso&#8221; o adesione a un banale relativismo culturale che alimenta le scissioni, ma perché l&#8217;incrocio delle pluralità serba in sé la possibilità non utopica di «un altro mondo possibile» (Pignarre e Stengers 2005).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la nostra comunità ficarazzese è investita del fenomeno immigrazione. Abbiamo molto favorevolmente accolto la presenza della comunità senegalese. E ciò sia per la nostra disponibilità all’accoglienza, ma anche per la capacità dei senegalesi di aprirsi al nostro mondo con simpatia e cordialità estreme. E l’incontro è sempre altamente e reciprocamente arricchente. Ci siamo progressivamente abituati ai loro sorrisi, ai loro bellissimi abiti, e anche alla loro arte culinaria. Eppure la cultura da cui provengono è molto diversa dalla nostra. Ascoltarli è affascinante, quanto inquietante….. perché espone ad un mondo popolato di spiriti, i “<em>djinns”, </em>&lt;&lt; <em>alcuni di loro sono buoni altri molto cattivi, li riconosci da un unico segno fisico: i piedi molto deformati</em>&gt;&gt;. Questo mi racconta Robi, un loro rappresentante.  In Africa, non c’è il medico ma il guaritore. Egli è una figura carismatica, un uomo di Dio e non un mago. Opera attraverso riti simbolici, si avvale di strumenti molto semplici come l’acqua, assistito dalla comunità intera. Laddove il medico occidentale spesso permane in una atavica scissione tra corpo e mente di cartesiana memoria, il guaritore cura la persona  quale unità armoniosa tra mente e corpo. E poi che dire del fatto che la cultura senegalese prevede la poligamia….. sogno di tanti uomini occidentali….Ma d’altra parte, come dice Robi, non è forse vero che nella nostra cultura, gli uomini hanno una moglie e possibilmente qualche amante più o meno nascosta?….. invece loro vivono alla luce del sole…..  anche se ciò comporta croci e delizie!!!! Potremmo aprire una finestra sulla differenza tra uomini e donne nella nostra e nella loro cultura, ma ciò ci porterebbe molto lontano!!!!!!</p>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno della migrazione invece mi porta a riflettere sulla costituzione della psiche e sul ruolo della cultura nella fondazione della mente. Le scoperte neuroscientifiche più recenti ci dicono infatti che il patrimonio genetico, quindi il nostro corredo biologico è responsabile solo in parte dell’espressività dei nostri geni, circa il 50%. La restante parte di noi ha determinanti socio-culturali! L’essere umano è destinato alla socialità dalla sua stessa biologia. La mente dell’infante per emergere necessita di un altro apparato psichico che dia senso e fruibilità alle sue stesse esperienze primarie, necessita di un apparato segnico simbolico, un apparato culturale, entro e attraverso il quale possa trovare strumenti di rappresentazione emotiva e simbolica …. Solo così riuscirà a costruire la propria interiorità. Winnicott, psicoanalista e pediatra, diceva che il bambino vede sé stesso riflesso nello sguardo materno (quando la madre è “sufficientemente buona”). Il bambino allora può identificarsi con quell’immagine amata di sé che emerge dallo sguardo della figura accudente. Ma, le pratiche di cura messe in atto dalle madri nei confronti dei figli differiscono da cultura a cultura; esse sono fin dall’inizio simbolicamente intessute, culturalmente  condizionate. La cultura infatti  forgia in modo implicito la mente e di conseguenza orienta i comportamenti, fin dagli esordi della vita. Essa è il codice che ci permette di leggere e categorizzare il mondo, di rapportarci con l’esterno, di interpretare e costruire un senso specifico per la vita e gli eventi, per giungere anche a una definizione peculiare di lecito o illecito, di normale o patologico. Come ha affermato Piero Coppo, cultura è tutto ciò che rende umano l’uomo, “[…] <em>il neonato si immerge nella cultura per trasformarsi in persona</em>”. Le idee si incarnano (<em>embodiment</em>), determinando la dimensione coevolutiva ed interattiva del triangolo <em>cultura</em>/<em>mente</em>/<em>corpo.</em> L’identità mantiene una sua capacità di evoluzione dinamica nella misura in cui trova sostegno nella cultura esterna che  la rispecchia. In altre parole l&#8217;individuo può produrre le proprie risposte nella misura in cui si trova in un ambiente nel quale quelle risposte possono avere un significato: ciò che penso io è simile a quello che pensa il gruppo a cui appartengo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’identità infatti è sempre relazionale, plurale, situata e dinamica, è relazione interiorizzata, auto-rappresentazione della relazione con gli altri: specchiandosi nello sguardo altrui il soggetto dipinge il suo ritratto interiore. Al di fuori dalla cultura non c&#8217;è nessun &#8220;uomo di natura&#8221;, né buono come pensava Rousseau, né cattivo come supponeva Hobbes: c&#8217;è solo un bambino che non può più crescere perché gli viene a mancare il contesto entro cui crescere è possibile. Come diceva Sartre “<em>Ogni essere umano è situato nel tempo e lo spazio; ognuno di noi è insieme significato e significante; cioè produce dei significati, attribuisce un senso alla propria esistenza ma è anche, contemporaneamente, prodotto dal contesto e dagli altri”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E allora mi chiedo….. gli immigrati, tanto vicini a noi fisicamente, sradicati dalla loro cultura (che come abbiamo visto è fenomeno fondante l’esistenza stessa), che significato attribuiscono alla lontananza dalle proprie origini, quali sono le loro idee, le loro gioie e le loro sofferenze…. Come affrontano la quotidianità in un mondo diametralmente opposto al proprio? La perdita degli oggetti, infatti, è totale, compresi i più significativi ed importanti: persone, cose, luoghi, lingua, cultura, abitudini, clima e, a volte, la propria professione e l&#8217;ambiente sociale ed economico cui sono legati ricordi ed affetti profondi. Alla perdita sono esposti anche parti del Sé ed i legami corrispondenti agli oggetti perduti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il migrante vive una serie di situazioni contestuali che lo costringono e lo spingono a  reinterpretarsi in continuazione e a ritoccare continuamente il proprio ritratto interiore. Questa serie di ritocchi non cancellano tuttavia il ritratto preesistente. Il mondo interiore del migrante è fatto come un mosaico di «colori» mentali che riflette la varietà delle sue situazioni di vita.  Un po’ come per i dipinti stratificati nel tempo, la persona è insieme diverse cose contemporaneamente e la sua identità non è riducibile a un’unica dimensione, ancor meno a una generica dimensione culturale che non spiega nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Leon e Rebecca Grinberg  in “<em>Psicoanalisi della migrazione e dell’esilio” </em>sottolineavano come l’emigrazione costituisca in un certo senso una vera e propria esperienza di rinascita, con il rischio che l’impossibilità di ri-affiliarsi al nuovo universo di significazione in cui si è immersi comporti una insanabile ferita dell’involucro psichico. Il momento migratorio è infatti &#8220;cambiamento catastrofico&#8221;, bionianamente inteso: lasciare il proprio paese risveglia sentimenti di perdita e di sradicamento che incidono sul sentimento d&#8217;identità, provocando una crisi che potrà sfociare &#8220;<em>in una vera catastrofe o, al contrario, tradursi in un&#8217;evoluzione arricchente e creativa, nel senso di una vera rinascita rigeneratrice</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">La migrazione è di per sé sinonimo di traduzione, intesa come transito fisico e intellettuale tra due mondi differenti, ne consegue che il migrante è, a sua volta, un “uomo tradotto”, soggetto a strutture sociali e culturali che non gli somigliano e costretto a pensarsi e percepirsi in una lingua non sua. L’esperienza migratoria diviene traumatica quando  vi è un’interruzione del rapporto di continuo scambio e rafforzamento reciproco tra cultura esterna e cultura interna, quando viene impedita la ri-significazione del mondo e di se stessi., quando la struttura simbolica “esterna”, ovverosia il contesto culturale di immigrazione, non coincide con la struttura “interna”, gli incorporati culturali di cui parla Rouchy, quando il migrante  non riesce più a rispecchiarsi. Ciò viene percepito come un attivo attacco da parte dell’ambiente esterno, una vera e propria effrazione della realtà interna che viene “violata”. La violenza simbolica, come la chiama Pierre Bourdieu, si esprime nel momento in cui c’è concomitanza tra la necessità individuale di sopravvivere psichicamente (il “dimenticare per vivere”, come sottolinea Augè) e l’implicita sottomissione a un forma di vincolo sociale e simbolico che impone di configurare la propria vita in una determinata maniera. “<em>Il non riconoscimento o misconoscimento</em> – scrive Taylor – […] <em>può essere una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere falso, distorto e impoverito</em>”.  Il cambiamento diviene catastrofico (Grinberg e Grinberg, 1990) quando il migrante si  ritrova nella frequente impossibilità di agire la propria cultura e la propria memoria. Il dolore allora nasce dentro al desiderio di connessioni, dentro la fatica di nuovi ancoraggi emotivi e di ricongiunzione con passaggi importanti della propria esperienza. L&#8217;emigrante ha dunque necessità di uno &#8220;spazio potenziale&#8221; che gli serva da &#8220;luogo di transizione&#8221; e &#8220;tempo di transizione&#8221; fra il paese oggetto materno ed il nuovo mondo esterno. Senza questo spazio, primariamente mentale, si genera ciò che De Martino chiamava la  fine del mondo : il “rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile”, la rottura del senso di continuità dell’esistenza..</p>
<p style="text-align: justify;">Julia Kristeva diceva che “<em>Vivere con l’altro, con lo straniero, ci mette di fronte alla possibilità di essere o non essere un altro</em>”. Guardare sé stessi e la propria cultura con lo sguardo dell’altro è un esperienza che aiuta a costruire la propria identità, arricchendola di punti di vista, memorie, pensieri…<em>.</em> Questo vuol dire che occorre partire dalla molteplicità delle storie personali e anche dal fatto che, al di là della varietà delle forme espressive, esiste un’unità psichica del genere umano.  Non si tratta solo di una nostra disponibilità ad accettare  l’altro ma di essere al “posto suo”.  Solo la dimensione narrativa di sé può rappresentare un’ancora di salvezza per il migrante, solo la socializzazione dei ricordi, solo il trovare connessioni in un tempo frammentato in cui c’è un hic et nunc e un “là e allora” che ha lasciato indelebili tracce nel cuore e nella mente!!!!!!!!!!  Infatti, per dirla con P. Ricoeur (1993), l’identità è narrativa; è nell’atto del racconto – che si struttura nella vita vissuta di esperienze concrete (lavorare, studiare, formare una famiglia, ecc.) – che si costruisce il senso dell’esistere, poiché il soggetto del racconto sono io stesso, ma io stesso come un altro.</p>
<p style="text-align: justify;">E pur tuttavia ritengo che spesso la condizione umana, gli stati affettivi  ed emozionali di molti di noi non sono tanto distanti da quelli dell’immigrato. Sono convinta, infatti che vi è una parte straniera in ciascuno, una parte che non sempre trova asilo, una parte inenarrabile, o non accolta dal contesto in cui viviamo. Come diceva  A.Tabucchi in un saggio sull’identità: «Siamo una valigia piena di genti». Tutti, immigrati e non, facciamo esperienza della dimensione intersoggettiva e dialogica soltanto all’interno dei rapporti umani reali e sociali, e soprattutto di quelli affettivi, senza i quali la costruzione della nostra identità e la possibilità di elaborare le varie tappe del riconoscimento del sé e dell’altro non sono pienamente concepibili e realizzabili. E’ necessario accedere alla propria dimensione plurale dell’io poiché ciò facilita l’incontro e il riconoscimento dell’Altro. Scoprire lo straniero che c’è in noi ci offre la possibilità di incontrarlo, senza scontrarci, all’esterno di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò cui auspichiamo perseguire è la logica del mare cui si fa riferimento nel film di Crialese “<em>Terra ferma</em>”, è ispirarci all’esemplare metafora consegnataci nel film: “<em>Un</em> <em>lugar en el mundo</em>” di Adolfo Aristarain (premio oscar come miglio film straniero, 1993), di cui si fa portavoce uno dei protagonisti del film, un mineralogo che sa intendere il discorso delle pietre, riconoscendone la storia, ciò che le ha segnate. Al pari di quelle pietre, ciascuno di noi reca sul suo corpo, nella sua voce, le tracce nascoste del proprio passato e della propria origine, presenti anche quando ricoperte da innumerevoli strati o detriti, essi stessi segni di altri trascorsi e di altri luoghi. Scoprire quelle tracce e quelle origini richiede un lavoro minuzioso ed uno sguardo paziente e una luce particolare capace di illuminarle.</p>
<p>Dott.ssa Giusi Giannone per Ficarazzi Blog</p>
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